Vinyasa, l'antico metodo di Vamana Rishi

L'Ashtanga Yoga codificato da Patanjali abbraccia tutta una serie di stili e di pratiche che possono differire in alcuni aspetti in funzione del maestro o della tradizione di una determinata scuola, senza che le basi filosofiche e pratiche originali vengano in alcun modo sminuite o alterate. Non a caso diversi discepoli dello stesso maestro, nonostante abbiano appreso lo stesso metodo, possono sviluppare un metodo di insegnamento differente dando una maggiore enfasi a un aspetto piuttosto che a un altro. Un esempio può di ciò essere riscontrato nella differenze di metodo osservabili tra B.K.S. Iyengar e Pattabhi Jois, entrambi allievi di Sri Krishnamacharya.

Per quanto concerne l'Ashtanga Yoga insegnato da Sri Krishnamacharya e Pattabhi Jois, alcuni sostengono che il vinyasa (metodo che consiste in un'esecuzione fluida degli asana, i quali vengono eseguiti con un sincronismo tra respiro e movimento) sia uno stile moderno da loro inventato piuttosto che uno stile tradizionale, tanto da portarli a differenziare tra l'Ashtanga Yoga classico di Patanjali e quello di Krishnamacharya. Questa tesi viene smentita dal fatto che l'esecuzione degli asana per mezzo del metodo vinyasa è stata enunciata e raccomandata da Vamana Rishi nell'antico testo intitolato Yoga Korunta, testo che Sri Rama Mohan Brahmachari ricevette dal suo maestro attraverso una catena disciplica di maestri che lo tramandava oralmente come da tradizione. Quest'ultimo lo trasmise a Sri Krishnamacharya facendoglielo apprenderere a memoria. Più tardi Krishnamacharya trovò un'antica copia di questo testo nella biblioteca di Calcutta, ma trattandosi di antiche foglie di palma il manoscritto si danneggiò irrimediabilmente al solo contatto. Riportiamo di seguito uno stralcio di un articolo di James Russell (l'originale è consultabile cliccando qui), insegnante inglese che ha effettuato delle ricerche a riguardo:

"A metà degli anni ’20, il grande maestro Sri T. Krishnamacharya, accompagnato dal suo giovane studente Sri K. Pattabhi Jois, si recò alla biblioteca di Calcutta. Erano in cerca di un oscuro testo yogico perduto, il "Korunta". Trovarono questo testo, autografato da un saggio di nome Vamana Rishi, inciso su foglie di banano e di palma (cosa abbastanza comune negli antichi testi yogici). I segni sulle foglie descrivevano in dettaglio un metodo di Hatha Yoga vigoroso e dinamico. Il metodo era caratterizzato da diverse sequenze (krama) di asana (posture), collegate tra loro da movimenti, respirazione, bandha e drishti. Questo modo di collegare il movimento al respiro è noto come vinyasa. Vinyasa significa “posizionare in modo speciale” ed è un termine che viene utilizzato anche nelle arti indiane classiche come la musica e la danza. Si dice che le foglie del Korunta fossero rilegate insieme ad una antica edizione degli Yoga Sutra di Patanjali (un trattato sulla tecnica psicologica dello yoga, antico di ben 2000 anni). Questo sistema è noto come Ashtanga Yoga (lo Yoga dalle otto membra). Secondo Gregor Maehle i due metodi andavano quindi appresi e studiati insieme. Da questo nacque il nome di "Ashtanga Vinyasa". Krishanamacharya decifrò il testo e insegnò il metodo a Pattabhi Jois. La parte finale della storia narra che il manoscritto del Korunta si disintegrò o fu mangiato dagli insetti (cosa abbastanza plausibile dato il clima indiano)."

Nell'articolo sopracitato, James Russell pone in evidenza un verso dello Hatha Yoga Pradipika (testo del 14esimo secolo sull'Hatha Yoga) in cui l'autore, Svatmarama, elenca la tradizione degli yogi (HYP 1:5.9). Il 13esimo nome della lista è "Kuarantaka: conosciuto anche come Karandaka, purantaka e Kurantaka". Kurantaka è un nome molto simile a Korunta. Analizzando un'altra versione del libro apprese con stupore che uno yogi di nome Kuarantaka aveva scritto un testo dal nome: "Kapala Kuarantaka Yogabhyasasa Paddathi", che può essere tradotto più o meno come "Il metodo Yoga di Kurantaka Kapala"; Kapala significa teschio o coppa a forma di teschio, pertanto è possibile che sia stato attribuito allo Yogi Kuruntaka per indicare la sua affiliazione ai Kapilika, una setta dello Shivaismo che indossa i teschi. Si diceva che il testo contenesse 112 posture, aspetto che catturò l'attenzione di Russell in quanto il numero era molto vicino agli asana della prima e della seconda serie che in totale sono 106, come risulta dal libro di David Swenson del 1999. I testi più antichi sullo yoga descrivono pochi asana, dunque è significativo che un manoscritto precedente al 18esimo secolo ne riportasse così tanti.

In seguito ad ulteriori ricerche, Russell trovò conferma nella biografia di Krishnamacharaya realizzata da A.G. Mohan, che cita: "Krishnamacharya nominò lo Yoga Kuranta in diverse occasioni durante i miei studi. Tale Yoga Kuranta era stato scritto da uno yogi di nome Korantaka, nominato negli Hatha Yoga Pradipika (1.6)" (A.G. Mohan, 2010). Dopo aver contattato il Lonavla Institute in India per chiedere maggiori informazioni in merito al testo realizzato da Kurantaka, l'istituto che si era occupato della traduzione e della pubblicazione della versione più lunga degli Hatha Yoga rispose: "Abbiamo copiato il manoscritto Kapala Kurantaka dalla biblioteca Bharat Itihas Samshodhan Mandal di Pune. È un testo di Hatha Yoga molto diverso dagli altri, perchè descrive pratiche vigorose e rigorose. È possibile che questa tradizione provenga dall’India meridionale”. Quindi non solo esisteva un testo un testo firmato da Yogi Kurantaka, ma esso era noto a studiosi di sanscrito indiani e veniva chiamato solitamente Kapala Kurantaka.

I detrattori del metodo del vinyasa ignorano inoltre che la millenaria Tradizione Vedica si basa principalmente sulla trasmissione orale, ritenuta il mezzo migliore per tramandare ed apprendere i concetti filosofici in quanto basata sul contatto indispensabile tra maestro e discepolo: guru-shishya parampara. I testi vedici sullo yoga sono stati posti per iscritto solo dopo molte migliaia di anni di trasmissione orale per evitare che questa conoscenza venisse perduta, ancora oggi chi va in India può ascoltare facilmente i brahmana che recitano a memoria i Veda nel rispetto di un tono ed una metrica ben precisi, che possono essere appresi solo con l'ascolto. L'avvento e la diffusione dei libri non ha in alcun modo soppiantato la trasmissione orale, vista l'importanza del suono nella tradizione vedica che viene considerato shabda-brahman o brahman in forma sonora.

La Mundaka Upanisad (1.2.12) afferma tad vijnanartham sa gurum evabhigacchet samit panih srotriyam brahma-nistham, è necessario che il guru sia dotato di due caratteristiche: "srotriyam" e "brahma-nistham". Srotriyam significa che a sua volta deve avere ascoltato gli insegnamenti da un altro maestro ricevendoli all'interno della parampara, o catena disciplica ininterrotta, mentre brahma-nistham significa che deve averne realizzato i significati con la pratica personale (stabilizzandosi sul brahman, la Verità Assoluta). Srotriyam implica dunque necessariamente l'ascolto. Lo yoga non è una disciplina che può essere appresa con il "fai da te" o tramite la lettura di libri, senza il contatto diretto con un maestro.

In ambito accademico, è inoltre risaputo che una gran parte delle scritture vediche sono andate perdute a causa dell'alta deperibilità delle foglie di palma o banano sui quali venivano scritti i testi anticamente, molti dei quali sno stati irrimediabilmente compromessi a causa del clima tropicale e molto umido dell'India. In base alle parole di Sri Krishna nella Bhagavad Gita, la Gita stessa è stata rivelata da Lui a Vivashvan molti millenni prima rispetto al dialogo con Arjuna sul campo di Kurukshetra, Vivashvan l'ha trasmessa a Manu, il quale la narrò a Maharaja Ikshvaku e così via; evam parampara-praptam imam rajarsayo viduh (4.2), la scienza della Gita fu trasmessa attraverso la catena della successione disciplica, e i Re santi l'appresero secondo questa modalità. Dobbiamo quindi fare una netta distinzione tra il sapere contento nella Gita intesa come libro e la Gita stessa. La stesura del libro ad opera di Vyasadeva avvenne dunque posteriormente alla battaglia di Kurukshetra, mentre l'origine della conoscenza con essa tramandato lo precede di molte migliaia di anni e la trasmessione del sapere avveniva per mezzo della parampara (non attraverso il manoscritto).

Un altro esempio è costituito dal sapere contento nello Srimad Bhagavatam, altro importante ed antico testo vedico. Il sapere del Bhagavatam fu rivelato da Narayana a Brahma, il quale lo trasmise ai quattro Kumara, che a loro volta lo trasmisero a Sri Narada, il quale lo trasmise a Vyasadeva. Quest'ultimo lo narrò a Shukadeva Goswami che lo trasmise sia a Maharaja Parikshit che a Suta Goswami, il quale a sua volta lo trasmise a Saunaka Rishi e così via attraverso la paramparà ed in forma orale: solo in seguito Vyasadeva pose per iscritto questo sapere attribuendogli il titolo di Bhagavata Purana.

Studiando la questione dall'interno della Tradizione Vedica senza volerla analizzare fuori contesto, non vi è pertanto alcuna ragione per mettere in dubbio che Krishnamacharya abbia ricevuto oralmente lo Yoga Korunta solo perchè il libro non è giunto ai nostri giorni in forma scritta (a meno che non si voglia dimostrare di ignorare e misconoscere completamente quanto sopra documentato) nè tantomeno vi è ragione di mettere in dubbio l'onestà intellettuale di un uomo di tale caratura spirituale, il quale rifiutò la prestigiosa posizione di Acharya offertagli più volte dalla Sri Vaisnava Sampradaya per restare ligio alle istruzioni del suo guru che gli aveva chiesto di dedicarsi alla divulgazione dell'Ashtanga Yoga.

Oh yogi, non praticare gli asana senza vinyasa, altrimenti non otterrai i benefici sperati.

Vamana Rishi, Yoga Korunta